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mercoledì 12 febbraio 2014

Un concerto, a Tokyo

15 gennaio 2014

Premessa: Ok adoro i Blur. Non è una fissa da adolescente con gli adesivi nella smemo e feticci vari, ma un amore iniziato tardi, portato avanti con empatia come ogni pseudo pazza/sentimentalona che si rispetti. Dopo il concerto reunion di Hyde Park del 2009, dove l'emozione dal palco era tangibile volevo assolutamente rivederli suonare.Lo scorso anno comprai con larghiiiissimo anticipo il biglietto del concerto di agosto a Milano e alla fine dovetti cederlo perché a luglio ero di nuovo qui in Giappone.Ora, due sere fa scopro per caso che i Blur chiudono il tour qui a Tokyo, ultima data ieri sera, e per un attimo non ci credo! Cerco la location e info sui biglietti. Quelli che costano meno sono 9500 yen, una settantina di euro. Non si scherza niente qui. Ci penso un attimo perché sarà dura pagarsi l'affitto questo mese, guardo con amore materno i primi spicci guadagnati poi mi dico che ancora non mi sono concessa nemmeno una serata, una cena, un'uscita, nemmeno a capodanno, e sì, mi convinco che un concerto dopotutto me lo merito!! Insomma, voglio dire... i Blur! Dai! A Tokyo! Son tutta sola, nessuna vita sociale... dai! Dev'essere il destino!Sono velocissima a convincermi.

Arrivo al posto, il Budokan, l' arena al centro della città. I giapponesi tutti ordinati: si deve fare la coda per entrare, non si deve superare la corda e stare in mezzo alla strada, nessuna lattina per terra (ma nemmeno un bidone se per questo!), la coda al merchandise, la coda per comprare da bere, e una marea di addetti col mini megafono che impartiscono istruzioni e avvertimenti in modo educato e anche un po' mono-tono.Dopo aver finalmente trovato la coda per la biglietteria (e distinguerla dalle altre code non è semplice) comincia ad assalirmi il dubbio che non accettino la carta di credito, vedo tutti coi contanti in mano ed io non ho abbastanza cash, sta a vedere che non entro.C'è l'addetto smistamento fila che chiede a turno, e preventivamente, quanti biglietti si desiderano per comunicarlo di volta in volta alla signorina allo sportello con un gesto esperto, prima di far procedere il cliente, dopo di che stoppa con grande discrezione la persona che segue finché la signorina addetta ai biglietti non conclude la precedente operazione... Ogni cosa qui funziona come un meccanismo, e anche le code, mi pare di capire, hanno una precisione che non ha eguali, niente spinte, niente impazienza, nessun piedino che esce dalla linea.
Insomma, l'addetto smistatore sta per farmi avanzare e gli chiedo se posso pagare con carta di credito (in cuor mio mi dico che Tokyo è la città più grande del mondo, una macchina da guerra, devono poter farmi pagare, sicuro.) ma lui mi dice di no ed è già lì che placca il cliente successivo.
Colta più o meno alla sprovvista, più per la velocità dell'esecuzione che dell'avermi fatta fuori veramente, mi sposto di un passo e vedo che nel frattempo, più dietro, l'addetto alla conta delle persone in coda (con tanto di conta persone in mano), aveva già chiuso la linea mentre ero in fila causa fine biglietti, quindi concludo che il mio, di biglietto, è ancora lì, invenduto, allo sportello! Chiaro. E' lì fermo. Congelato. Mi aspetta nelle mani della signorina addetta allo scambio soldi/ticket. Io sono qui. Se rimedio i contanti sarà finalmente mio! Vado dall'addetto capo supremo, quello che controlla cassa, pagamenti, contapersone e smistatore, e gli chiedo se, tornando subito coi soldi presi a un atm, posso ritirare il mio biglietto che, 10 cm più indietro e meno di 30 secondi prima, mi aspettava allo sportello, dopotutto la vendita è chiusa e lui è ancora lì fermo che mi aspetta!... E, si dice il caso!, io sono ancora qui!! La risposta è stata un tipo di risata un po' posticcia, non ben distinguibile fra una risata di derisione o una risata di circostanza forse perché non capiva cosa gli chiedevo.  Diciamo che quella risata accompagnata dalla X fatta con le braccia (che da noi è un "per me è un sì!!", mentre qui, alla giapponese, è un indiscutibile "NO, anzi, se puoi vai via che non ho altro da dirti") mi ha tolto ogni dubbio. Ho incassato con non poco fastidio, principalmente perché non c'è margine di dialogo, o sì o no, e poi ovviamente perché a quel punto ero totalmente nel mood "devo entrare" e dovevo trovare una soluzione! Ma quale?? Penso di giocarmi l'ultima carta: magari i bagarini giapponesi che ho visto lungo la strada non sono dei truffaldini, magari in mezzo c'è anche solo qualche ragazzo che vuol vendere un biglietto perché ne ha in più e riesco a pagarlo coi contanti che ho!Percorro al contrario la strada dal Budokan, rompendo la processione ordinata di gente che va verso l'ingresso. A ben guardare sono proprio l'unica che se ne va... :( mi faccio quasi pena da sola.Becco il tipo che sul piccolo ponte che avvicina la gente borbottando frasi che solo dal tono e dal volume suonano losche, gli chiedo quanto costano i suoi biglietti e mi sento come una tossica che sta cercando l'ultima dose, blatera qualcosa che non capisco, poi credo d'intuire che stia descrivendo l'area dove sono i posti, niente da fare, vuole darmi posti esclusivi e chissà cos'altro, magari qualcuno che mi sventola durante il concerto o mi va a prendere da bere champagne quando ho sete. Gli dico che fa lo stesso, a quel punto sono più rassegnata che mai. Mi consolo pensando a una cena: mi dico che se non il concerto, almeno mi merito un bel pasto, un buon sushi magari... Sì, sono anche molto veloce a consolarmi in effetti.Sono quasi alle scale che portano alla metro, mentre ancora borbottante imprecazioni (tanto non mi capisce nessuno) cerco di capire come districarmi fra la gente che esce per andare al concerto ed io che devo entrare per raggiungere i binari, quando mi sento battere su una spalla, e una ragazza, tutta imbacuccata in sciarpa e cappello (ma io sto messa molto peggio), mi chiede se voglio un biglietto mentre furtivamente si guarda alle spalle. L'ho squadrata in modo un po' sospetto, se non altro perché le stava alle costole sto ceffo che non smetteva di guardarla, e vedevo lei strana, che lo guardava a sua volta, a metà fra lo spaventato (della serie: questo mi picchia) e il sottomesso (della serie: questo è il mio capo/boss/pappa e devo fare attenzione), e le dico sì, sto cercando un biglietto, ma non ho molti soldi con me se vuoi venderlo.Mentre lei continua a guardarsi attorno come se fosse una preda indifesa circondata un branco di iene rabbiose, io mi figuro tutti i possibili scenari: da lei che è schiava del ceffo alle sue spalle, lavora per lui e la notte dorme incatenata in un ripostiglio, a lui che è un ladro o un maniaco e la sta seguendo da ore, fino a lei che è coinvolta in un traffico di organi o persone e presto o tardi (se accetto il biglietto) i miei amici e i miei parenti non avranno più notizie di me. Mi cerca di portar lontano dal ceffo, che comunque non si distanzia mai più di un paio di metri, e non capisco: lei vuole regalarmi un biglietto.Dico, non è vero: questa mi trascina nelle fratte e poi arriva il ceffo e mi fanno a pezzi. Il primo pensiero va a come son conciata, chissà i giornali cosa diranno quando ritroveranno il cadavere con su strati e strati di vestiti, calze, maglie, otto sciarpe, non ho nemmeno il reggiseno abbinato alle mutande (ma c'è qualcuno che è sempre impeccabile?!) e son piena di borse con robe personali e ciaffi.Mi dice che dobbiamo spostarci perché il tipo che ci fissa è uno losco (eh grazie), che non va bene star lì a parlare con lui nei paraggi, perché lui vorrebbe che lo comprassi da lui il biglietto (è chiaro che anche lei vede i fantasmi...)Sorvolo sulla loscaggine dell'uomo eseguendo una serie di versi di stupore che qui sono un po' la norma, e la seguo nelle sue paure, tanto per non dilungarmi in domande e spiegazioni, e le dico ok, può andar bene, lo prendo il suo biglietto, ma lo pago. Lei mi spiega in inglese che non vuole soldi, che la sua amica non può venire; insisto, mi sembra una roba così assurda, e così poco gentile non darle nulla, ma lei continua a dire che va bene così invitandomi a seguirla.Da italiana sfiduciata e abituata alle fregature non posso credere che sia vero, ma insomma, alla peggio domani sarò sui giornali, probabilmente trovata schiattata incatenata in uno scantinato a Shinjuku, senza un rene e con le mie robe spatasciate lì nel parco per tutte le fratte.La seguo e c'incolonniamo con chi va verso il concerto, e mi racconta che Graham Coxon questa mattina è stato nel café dove lei lavora e le ha regalato due biglietti per la serata, mi fa vedere la foto che ha fatto con lui, lei con la divisa del cafè, lui accanto a lei tutto sorridente, e visto che la sua amica non c'è, vorrebbe dare quel biglietto a una vera fan. "La vera fan" sarei io! Quasi mi sento importante!E mi mette il biglietto in mano.E io ho avuto un attimo che è successa sta roba, tipo Jake dei BB che vede la luce, in cui tutto è tornato al suo posto, ma incredibilmente meglio di come era prima e quasi non riuscivo a trattenermi dal ridere, più per incredulità che altro: la mia mente bacata da occidentale ha pensato alle peggio cose piuttosto che a un semplicissimo (anche se non scontato) gesto di gentilezza.
Questa cosa di vedere il marcio o i trappoloni un po' dovunque, di pensare che dietro c'è sempre la fregatura, ci ha rovinato la vita. Vediamo tutto con un filtro scuro e difficilmente concediamo, a nostra volta, gentilezze ad altri. Siamo più preoccupati di perderci qualcosa o di non guadagnare niente che non ci godiamo le cose pulite e "normali" (per il vero significato che le cose dovrebbero avere, senza sotterfugi).Non si è gentili per paura di perdere dei soldi, si pensa che donando 1 ti chiederanno 100; si ha paura di essere superati sul lavoro se si agevola qualcuno; di vedersi soffiare il compagno, gli amici, se gli si permette di socializzare; di vedersi soffiare un'idea se la si condivide con altri... Che vita d'inferno!La verità è che mi ha persino commossa quando ho capito che davvero voleva regalare quel biglietto a me solo perché aveva pensato di fare una cosa gradita, ero meravigliata, come quando vedi una cosa per la prima volta! Ho cercato di non passare per pazza e l'ho ringraziata all'infinito, promettendole che sarei passata a trovarla al café, o che le avrei offerto un prossimo concerto. Rideva e diceva di no, che bastava che restituissi la gentilezza a qualcun'altro.Lo faró, ma sicuramente le porterò anche un regalino al café uno di questi giorni.Ci siamo scambiate i numeri e spero di rivederla e andare a sentire ancora un po' di musica insieme. :)La rigidità di questo popolo certe volte è completamente stravolta dalla disponibilità, la gentilezza e la purezza delle intenzioni.Non c'è dubbio che da questa esperienza ne usciró arricchita, se non di soldi (la vedo dura!!), di innumerevoli insegnamenti positivi e di belle vibrazioni!

ps
Il concerto non è stato dei migliori, forse la band un po' stanca, forse l'audience non esattamente coinvolgente: strana cosa il pubblico giapponese, a suo modo fantastico e rispettoso, sicuramente insolito per noi occidentali il loro modo di partecipare, molto composto e attento.Il meglio senza dubbio Coxon, la sua chitarra e i suoi sfoghi distorti. E grazie del biglietto :)

Blur at Budokan, Tokyo, 2014
Blur at Budokan, Tokyo, 2014

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