Tutto è cominciato con una pianta delle discrete dimensioni, una marea di fiori piccoli e bellissimi, sembravano di seta, mi dice che non vuole sole pieno, ma un po' d'ombra, penso alle finestre della casa che sono 3, una nel sole pieno tutto il giorno, una che non apriamo mai perchè se anche il vicino apre la sua possiamo senza problemi allungare un braccio e prendere la carta igienica l'uno nella casa dell'altro, e la terza senza un appoggio per un vaso e perennemente nell'ombra (incastrata fra due edifici).
Ma lei è troppo carina e quei fiori non li avevo mai visti, così la compro.
Così per un mese è stato un avvicendarsi di spostamenti da una finestra all'altra: la sera davanti a una, la mattina davanti a un'altra, il pomeriggio chiusa in casa... troppo sole, poco sole, troppa pioggia, non ha l'acqua, troppa acqua, finchè non abbiam cominciato a dimenticare delle migrazioni da un angolo all'altro ed è stato l'inizio della fine, fiori ammosciati come se gli avessero sparato, skypata in Italia per consigli e rimedi, la ripresa e le svariate ricadute... c'era stata l'idea di abbandonarla davanti alla casa di un vicino (che ha un grande giardino), avvolgendola in una coperta, dentro un cesto, con un bigliettino che diceva "yoroshiku onegaishimasu" ( una sorta di "per favore, prenditi cura di me"), ma anche se alla fine abbiamo optato per un semplice trasloco, la poverina non è sopravvissuta.
La seconda è stata una pianta che vendevano da Maruetsu (supermercato vicino a casa) che si chiama Coda di Gatto, trooooppo carina per non averla. La porto a casa e sono entusiasta di tutti quei codini pelosi e rossi che escono dalle foglie come fossero mille gattini che si nascondono. Ora. Il primo temporale della stagione ne ha spatasciato i codini e decimato le foglie, con il risultato che i codini ora sono rosso/grigio scoloriti e le foglie rattrappite. Tuttora resiste e le voglio bene perchè capisco l'impegno che ci sta mettendo a rimanere in vita ma è madonna mia se è veramente bruttina adesso...
Nello stesso periodo compro un mughetto. Un ciuffetto singolo, delizioso coi suoi campanellini bianchi. Coi primi caldi i campanelli si sono bruciati come vampiri esposti ai raggi del sole albeggiante. Anche lei è ancora in vita ma credo che in realtà sia mummificata perchè quelle foglie verde ingiallito sbiadito non me la raccontano giusta.
Il fioraio della prima pianta è lungo la strada per la scuola, ogni giorno ci passo davanti ed è difficilissimo resistere all'acquisto di qualcosa. Un giorno non mi tengo e cedo ancora: bellissima giornata, bellissimo sole, una gerbera rossa geranio e accanto una piccolo cactus tondo piccino con un mega fiore rosso bellissimo. Costano pochissimo. Via! Miei tutti e due. Il cactus starà da dio nel caldo della casa minuscola e la gerbera può affrontare qualche raggio dai.
Torno a casa coi miei due sacchetti.
Arrivata a casa, dentro quella plastica malefica il cactus ha sudato così tanto che i petali del fiore gigante si sono appiccicati fra di loro creando un magma unico, tempo una notte e il fiore me l'ero già giocato...
La gerbera dopo due giorni stava beata sul terrazzo (profondo 20 cm) quando un acquazzone l'ha scompigliata in maniera irreversibile tanto da renderne i fiori una specie di carciofi ornamentali urendi.
Ovviamente il sole del giorno successivo è servito a seccare il tutto e renderne un orribile bouquet di fiori secchi.
Ora.
Mi ero detta mai più.
L'ho detto ogni volta in realtà.
Ma c'era questa piantina che mi fissava da giorni nel negozio che c'è vicino a lavoro.
E' minuscola, una specie di ninfea. Col suo vasetto da tenere affogato nell'acqua. Sempre. Da tenere in casa perchè non vuole luce diretta.
Le ho comprato un secchiellino da spiaggia per affogarla in tutta l'acqua che vuole.
Diciamo che è la mia ultima chance... mi chiedo come potrebbe suicidarsi...
Comunque se non schiatta nel giro di qualche giorno, come minimo sarà la culla perfetta per un proliferarsi di zanzare mai visto!
sfondo
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mercoledì 2 luglio 2014
Pollice verde, questo sconosciuto
Ubicazione:
Meguro, Tokyo, Giappone
mercoledì 12 febbraio 2014
La mia magica famiglia giapponese
Senza che me lo aspettassi sono entrata a far parte di una famiglia giapponese, senza padre madre e figli, ma tutti fratelli e più affiatati che mai. È il ristorante a Meguro dove da tre settimane lavoro. È mescolato in mezzo a tante case, visibile solo a chi sa come arrivarci, ma sembra che lo conoscano davvero in tanti.
I ragazzi che ci lavorano sono tutti giapponesi e il più grande ha la mia stessa età.
Venni qui la prima volta lo scorso anno ed incontrai per la prima volta lo chef la scorsa estate, nel peggior giorno degli ultimi anni, quello in cui mi trascinavo per l'ennesima volta a fare 3 colloqui di lavoro, e questo era il secondo locale dove andavo quel giorno. Arrivai al ristorante già sapendo che la mancanza di un visto lavorativo avrebbe solo portato a un altro rifiuto, l'ennesimo; pessima prospettiva, e in più mi sentivo tremendamente sola. Prima di entrare sfoderai il mio miglior sorriso, e poi, mentre uscivo, dopo aver sentito quello che già sapevo, stavo già piangendo. Non tanto per la risposta ma per non riuscire a trovare un modo per inserirmi nella vita in Giappone.
Non andai al terzo colloquio, ricordo ancora il punto esatto dove mi fermai a piangere quel giorno.
Ma ora quell'episodio mi sembra lontano anni luce, forse perché mi sento più sicura, forse perché le giornate qui a Tokyo si sono riempite di impegni, o forse perché ho scoperto che dietro quello che io provavo quel giorno, c'era tutto un mondo che non conoscevo: un gruppo di persone davvero intenso e puro.
Del breve colloquio dell'estate scorsa, con lo chef, ricordo tanta gentilezza, e anche una certa distanza, ma ero troppo fragile e preoccupata a non mostrare la mia debolezza, per vedere altro, per accorgermi di cosa avevo davanti a me.
Ero arrivata ancora una volta allo sbaraglio in un locale dove non ero mai stata, trovandomi di fronte facce sconosciute che percepivo solo come educate/indifferenti alla mia venuta, senza ovviamente sapere cosa si nascondesse dietro quei saluti tanto gentili quanto automatici.
Quando questa volta tornai a parlare con lo chef le mie paure si erano allentate e quello di magico che c'è in questo locale mi è arrivato immediatamente.
È bastato parlare ancora con lui per capire che quella che la scorsa estate percepivo come educata distanza, era solo un modo gentile e attento di esprimersi. E che l'apertura nei miei confronti, e forse nei confronti delle persone in generale, in realtà era grandissima.
Il ristorante ha un'atmosfera intima e allo stesso tempo amica, vengono coppie, ma anche piccoli gruppi di persone d'affari, famiglie, e tanta gente interessata all'Italia.
Il ristorante non è piccolissimo, ma ben distribuito ed essere in 5 in sala vuol dire poter seguire bene tutti i clienti e farli sentire curati.
A volte è davvero un piacere servire un tavolo ed era una cosa che nella mia vita non mi era mai successa.
Per la prima volta amo lavorare in un ristorante, e per la prima volta ho messo in discussione il "lavorare in un locale non è quello che voglio fare". La sera quando finisco di lavorare vorrei non andare a casa, perché questo posto mi fa sentire bene, nella città giusta, con le persone giuste, con i giusti sentimenti. Quando verso le 23e30 esco (mentre gli altri finiscono la serata) mi sento come se uscissi da un incantesimo e non vedo l'ora che arrivi il giorno dopo.
Chi come me viene da un trascorso di passione per manga, anime e drama poi, potrebbe subito ritrovare nello staff del ristorante tutti i personaggi più splendidi di una qualsiasi storia giapponese.
L'umorismo, la gentilezza, la purezza, la delicatezza, il rispetto e persino le facce comiche, c'è tutto.
In sala con me, oltre al direttore, ci sono 3 ragazzi.
Il più giovane si dà da fare per quattro, incredibilmente diligente e attento da un lato, è totalmente inesperto e impacciato nelle relazioni personali; ha sempre un enorme rispetto per tutti, persino per me, l'ultima arrivata, la meno importante. A volte gli vengono dedicate piccole e innocenti battute per la sua inesperienza con le donne, ma non l'ho mai visto prendersela, anzi, spesso fra le risate di tutti, e mio grande stupore, conferma e annuisce!
Quando gli chiedo della ragazza con cui é uscito già tre volte, mi risponde imbarazzato, ed è così diverso il suo comportamento da quello di un italiano, che non può che scatenare una simpatica tenerezza! Tutti gli altri si prodigano in consigli, e io trovo che sia adorabile vedere ragazzi più grandi curarsi di lui invece che riderne.
C'è poi il ragazzo elegante, che potrebbe benissimo essere uscito da uno shojo manga: lo spilungone magro e dall'apparenza misteriosa, col capello un po' lungo, che arriva vestito di nero, a volte mi guarda e, sapendo di recitare, fa pose alla 007, scomponendosi poi in facce comiche e interdette che sono meravigliose! A volte mentre facciamo piccole riunioni in giapponese (a me incomprensibili), con un movimento lento della testa ci guardiamo serissimi, come a dirci "che paura!" e poi scoppiamo a ridere.
Nello staff non poteva mancare un musicista, e lui è uno spasso, un comico nato, un attore mancato, che non perde occasione per imitare tutti, e farmi gag che tante volte non capisco ma che fanno ridere già solo per vedere lui che fra saltelli e coreografie, si sbraccia e mima personaggi televisivi che non conosco. È quello con cui provo a parlare di musica e di locali, poi lui il più delle volte parte in discorsi di cui posso solo provare ad immaginare il significato... (non si contano le volte che ho immaginato il significato delle frasi dove riconoscevo solo una parola! Alcune volte ho fantasticato talmente tanto, da rimanerci male quando scoprivo il vero significato!) Credo che certe volte a guardarci da fuori siamo piuttosto comici: io col mio scarsissimo giapponese, lui col suo ancora più scarso italiano, che facciamo discorsi lunghissimi, intervallati da azioni mimate e versi esplicativi...
E poi in sala c'è il direttore, che insieme allo chef è quello che meglio sa parlare l'italiano. È uno spettacolo di persona, ha il sorriso stampato in faccia e mi ha sempre spiegato con gentilezza cosa dovessi fare, senza usare mai la parola "sbagliato", che sembra che qui non esista.
Mi manda allo sbaraglio ai tavoli cercando di spiegarmi come dire al meglio le frasi essenziali, e ora ho le tasche piene di bigliettini e promemoria.
A volte, quando il lavoro si calma, mi viene vicino e mi chiede se conosco questo o quello, dice cose divertenti, accompagna le spiegazioni che mi dà con versi e facce buffe, e nelle cose un po' sceme che faccio mi appoggia sempre.
Veste un grembiule bianco con la scritta in rosso "ti amo!" :D
Quando arrivo in anticipo per studiare un po', ognuno di loro è disponibile ad ascoltarmi mentre prepara il proprio lavoro, rispondere alle mie domande sceme da scuola elementare e spiegarmi la pronuncia delle parole.
E ridono tantissimo quando cerco di spiegare loro certe parole improbabili italiane tipo "patatone e topolone".
In cucina lavorano in quattro, lo spazio è ridotto ma loro sono bravissimi a coordinarsi, un'amico comune ha detto che fanno miracoli in quella cucina per quanto è piccola. Io non so se è vero ma so che ogni piatto che esce è davvero buono e preparato con attenzione.
Il ragazzo che si occupa degli antipasti e dei dolci sa fare una torta alle fragole che è una bomba. È il più riservato del gruppo, schivo ma gentile. Sempre silenzioso, ma ogni volta che deve fare uscire un piatto urla un "per favore!!" da trapassare i timpani, e lo grida anche se sei lì davanti che aspetti, pronto a servire.
Quando sono venute due sue amiche a mangiare è stato molto premuroso nei loro confronti e si vedeva che era felicione anche se sempre in serissimo silenzio. Lui maji majime desu. Lui è molto serio.
Il ragazzo che si occupa dei primi è il belloccio del gruppo; quando ancora siamo a ristorante chiuso ha un aspetto comune, poi prima di aprire si mette un gel, una cera, qualcosa, tirandosi indietro i capelli che prima coprivano il viso, e si trasforma nel bellone che con lo sguardo fa secche tutte le donne.
Ha un viso strano, insolito per un giovane giapponese, un po' spigoloso e con gli occhi grandi, e quest'incredibile voce da vecchio attore di teatro (alla Gassman nelle parodie più conosciute), che cozza in modo assurdo con la sua figura esile e sofisticata.
E questa cosa è il motivo per cui tutti gli fanno il verso durante il lavoro! Ogni volta che lui chiama un piatto, o risponde a qualcuno con questa voce da caverna, si leva un eco di imitazioni tali che a volte, se sono di spalle, non so se sia lui davvero o qualcuno degli altri che lo imita.
Sono arrivata al punto che viene anche a me di dire "hai" con la sua intonazione!
È sposato e gli dico sempre che lo tengo d'occhio, perché si vede che fa strage di cuori con questa bellezza strana, e qualcuno deve salvaguardare la moglie! Ed ora è diventata prassi far battute a lui ogni volta che si parla di donne :D
Una volta entrando in ufficio lo trovai seduto alla scrivania mentre consultava internet, il caso volle che stesse scorrendo una pagina passando attraverso immagini di belle donne. È stata una scena comica! Lui mi ha visto e si è prodigato in gesti imbarazzati per spiegarmi che era solo un caso, e io, pur sapendolo, non ho potuto resistere a prenderlo in giro!
Il ragazzo che si occupa dei piatti da lavare fa anche preparazione del pesce, della pasta, delle verdure... E tante volte vorrei poterlo aiutare perché credo che sia quello più affaticato e oberato di cose da fare.
A volte ne ha talmente tante da fare da non riuscire a mettersi in pari con le stoviglie da pulire. Ma come ogni giapponese è stoico nel suo lavoro e non si piega con niente!
E poi c'è lo chef, che quando mi parla m'incanta per i suoi modi gentili; l'ho scoperto interessato a tutti i ragazzi che lavorano con lui, e li tratta tutti con cura, anche quando spiega loro cose riguardo la cucina non lo fa mai con autorità, ma sempre con dedizione.
Qualche giorno fa l'ho guardato impastare la pastafrolla, usava una cura e un'attenzione tale che sembrava essere l'ultima pastafrolla della sua vita. Mai visto nessuno amare così tanto la preparazione della cucina. Guardarlo cucinare mi ha fatto per la prima volta vergognare di essere così impedita ai fornelli.
E' assolutamente serio sul lavoro, ma mi piace tantissimo quando lo faccio ridere con qualcuna delle mie stupidaggini, quando riesco a sfondare il muro della giapponesità!
Poi vabbhè, con uno sguardo mi manda a stendere e ciao.
Mamma mia che fatica!!!! Questo Giappone pieno di prove da jedy. :)
Questa è la famiglia che ho trovato. E che in questi giorni in cui ho avuto la febbre mi è mancata più di ogni cosa.
Chi l'avrebbe mai detto che per una volta aver la febbre e non andare a lavorare mi sarebbe pesato??
Domani tornerò operativa e vorrei entrare e abbracciarli, ma so che non lo farò, per quel modo rispettoso/distaccato che si usa qui, del non toccarsi, del non invadere gli spazi altrui.
Certo che se gli abbracci cominceranno a mancarmi come l'estate scorsa... forse per il mio benessere psicofisico dovrò cominciare ad educarli a questo gesto così semplice e liberatorio! Almeno con me!
I ragazzi che ci lavorano sono tutti giapponesi e il più grande ha la mia stessa età.
Venni qui la prima volta lo scorso anno ed incontrai per la prima volta lo chef la scorsa estate, nel peggior giorno degli ultimi anni, quello in cui mi trascinavo per l'ennesima volta a fare 3 colloqui di lavoro, e questo era il secondo locale dove andavo quel giorno. Arrivai al ristorante già sapendo che la mancanza di un visto lavorativo avrebbe solo portato a un altro rifiuto, l'ennesimo; pessima prospettiva, e in più mi sentivo tremendamente sola. Prima di entrare sfoderai il mio miglior sorriso, e poi, mentre uscivo, dopo aver sentito quello che già sapevo, stavo già piangendo. Non tanto per la risposta ma per non riuscire a trovare un modo per inserirmi nella vita in Giappone.
Non andai al terzo colloquio, ricordo ancora il punto esatto dove mi fermai a piangere quel giorno.
Ma ora quell'episodio mi sembra lontano anni luce, forse perché mi sento più sicura, forse perché le giornate qui a Tokyo si sono riempite di impegni, o forse perché ho scoperto che dietro quello che io provavo quel giorno, c'era tutto un mondo che non conoscevo: un gruppo di persone davvero intenso e puro.
Del breve colloquio dell'estate scorsa, con lo chef, ricordo tanta gentilezza, e anche una certa distanza, ma ero troppo fragile e preoccupata a non mostrare la mia debolezza, per vedere altro, per accorgermi di cosa avevo davanti a me.
Ero arrivata ancora una volta allo sbaraglio in un locale dove non ero mai stata, trovandomi di fronte facce sconosciute che percepivo solo come educate/indifferenti alla mia venuta, senza ovviamente sapere cosa si nascondesse dietro quei saluti tanto gentili quanto automatici.
Quando questa volta tornai a parlare con lo chef le mie paure si erano allentate e quello di magico che c'è in questo locale mi è arrivato immediatamente.
È bastato parlare ancora con lui per capire che quella che la scorsa estate percepivo come educata distanza, era solo un modo gentile e attento di esprimersi. E che l'apertura nei miei confronti, e forse nei confronti delle persone in generale, in realtà era grandissima.
Il ristorante ha un'atmosfera intima e allo stesso tempo amica, vengono coppie, ma anche piccoli gruppi di persone d'affari, famiglie, e tanta gente interessata all'Italia.
Il ristorante non è piccolissimo, ma ben distribuito ed essere in 5 in sala vuol dire poter seguire bene tutti i clienti e farli sentire curati.
A volte è davvero un piacere servire un tavolo ed era una cosa che nella mia vita non mi era mai successa.
Per la prima volta amo lavorare in un ristorante, e per la prima volta ho messo in discussione il "lavorare in un locale non è quello che voglio fare". La sera quando finisco di lavorare vorrei non andare a casa, perché questo posto mi fa sentire bene, nella città giusta, con le persone giuste, con i giusti sentimenti. Quando verso le 23e30 esco (mentre gli altri finiscono la serata) mi sento come se uscissi da un incantesimo e non vedo l'ora che arrivi il giorno dopo.
Chi come me viene da un trascorso di passione per manga, anime e drama poi, potrebbe subito ritrovare nello staff del ristorante tutti i personaggi più splendidi di una qualsiasi storia giapponese.
L'umorismo, la gentilezza, la purezza, la delicatezza, il rispetto e persino le facce comiche, c'è tutto.
In sala con me, oltre al direttore, ci sono 3 ragazzi.
Il più giovane si dà da fare per quattro, incredibilmente diligente e attento da un lato, è totalmente inesperto e impacciato nelle relazioni personali; ha sempre un enorme rispetto per tutti, persino per me, l'ultima arrivata, la meno importante. A volte gli vengono dedicate piccole e innocenti battute per la sua inesperienza con le donne, ma non l'ho mai visto prendersela, anzi, spesso fra le risate di tutti, e mio grande stupore, conferma e annuisce!
Quando gli chiedo della ragazza con cui é uscito già tre volte, mi risponde imbarazzato, ed è così diverso il suo comportamento da quello di un italiano, che non può che scatenare una simpatica tenerezza! Tutti gli altri si prodigano in consigli, e io trovo che sia adorabile vedere ragazzi più grandi curarsi di lui invece che riderne.
C'è poi il ragazzo elegante, che potrebbe benissimo essere uscito da uno shojo manga: lo spilungone magro e dall'apparenza misteriosa, col capello un po' lungo, che arriva vestito di nero, a volte mi guarda e, sapendo di recitare, fa pose alla 007, scomponendosi poi in facce comiche e interdette che sono meravigliose! A volte mentre facciamo piccole riunioni in giapponese (a me incomprensibili), con un movimento lento della testa ci guardiamo serissimi, come a dirci "che paura!" e poi scoppiamo a ridere.
Nello staff non poteva mancare un musicista, e lui è uno spasso, un comico nato, un attore mancato, che non perde occasione per imitare tutti, e farmi gag che tante volte non capisco ma che fanno ridere già solo per vedere lui che fra saltelli e coreografie, si sbraccia e mima personaggi televisivi che non conosco. È quello con cui provo a parlare di musica e di locali, poi lui il più delle volte parte in discorsi di cui posso solo provare ad immaginare il significato... (non si contano le volte che ho immaginato il significato delle frasi dove riconoscevo solo una parola! Alcune volte ho fantasticato talmente tanto, da rimanerci male quando scoprivo il vero significato!) Credo che certe volte a guardarci da fuori siamo piuttosto comici: io col mio scarsissimo giapponese, lui col suo ancora più scarso italiano, che facciamo discorsi lunghissimi, intervallati da azioni mimate e versi esplicativi...
E poi in sala c'è il direttore, che insieme allo chef è quello che meglio sa parlare l'italiano. È uno spettacolo di persona, ha il sorriso stampato in faccia e mi ha sempre spiegato con gentilezza cosa dovessi fare, senza usare mai la parola "sbagliato", che sembra che qui non esista.
Mi manda allo sbaraglio ai tavoli cercando di spiegarmi come dire al meglio le frasi essenziali, e ora ho le tasche piene di bigliettini e promemoria.
A volte, quando il lavoro si calma, mi viene vicino e mi chiede se conosco questo o quello, dice cose divertenti, accompagna le spiegazioni che mi dà con versi e facce buffe, e nelle cose un po' sceme che faccio mi appoggia sempre.
Veste un grembiule bianco con la scritta in rosso "ti amo!" :D
Quando arrivo in anticipo per studiare un po', ognuno di loro è disponibile ad ascoltarmi mentre prepara il proprio lavoro, rispondere alle mie domande sceme da scuola elementare e spiegarmi la pronuncia delle parole.
E ridono tantissimo quando cerco di spiegare loro certe parole improbabili italiane tipo "patatone e topolone".
In cucina lavorano in quattro, lo spazio è ridotto ma loro sono bravissimi a coordinarsi, un'amico comune ha detto che fanno miracoli in quella cucina per quanto è piccola. Io non so se è vero ma so che ogni piatto che esce è davvero buono e preparato con attenzione.
Il ragazzo che si occupa degli antipasti e dei dolci sa fare una torta alle fragole che è una bomba. È il più riservato del gruppo, schivo ma gentile. Sempre silenzioso, ma ogni volta che deve fare uscire un piatto urla un "per favore!!" da trapassare i timpani, e lo grida anche se sei lì davanti che aspetti, pronto a servire.
Quando sono venute due sue amiche a mangiare è stato molto premuroso nei loro confronti e si vedeva che era felicione anche se sempre in serissimo silenzio. Lui maji majime desu. Lui è molto serio.
Il ragazzo che si occupa dei primi è il belloccio del gruppo; quando ancora siamo a ristorante chiuso ha un aspetto comune, poi prima di aprire si mette un gel, una cera, qualcosa, tirandosi indietro i capelli che prima coprivano il viso, e si trasforma nel bellone che con lo sguardo fa secche tutte le donne.
Ha un viso strano, insolito per un giovane giapponese, un po' spigoloso e con gli occhi grandi, e quest'incredibile voce da vecchio attore di teatro (alla Gassman nelle parodie più conosciute), che cozza in modo assurdo con la sua figura esile e sofisticata.
E questa cosa è il motivo per cui tutti gli fanno il verso durante il lavoro! Ogni volta che lui chiama un piatto, o risponde a qualcuno con questa voce da caverna, si leva un eco di imitazioni tali che a volte, se sono di spalle, non so se sia lui davvero o qualcuno degli altri che lo imita.
Sono arrivata al punto che viene anche a me di dire "hai" con la sua intonazione!
È sposato e gli dico sempre che lo tengo d'occhio, perché si vede che fa strage di cuori con questa bellezza strana, e qualcuno deve salvaguardare la moglie! Ed ora è diventata prassi far battute a lui ogni volta che si parla di donne :D
Una volta entrando in ufficio lo trovai seduto alla scrivania mentre consultava internet, il caso volle che stesse scorrendo una pagina passando attraverso immagini di belle donne. È stata una scena comica! Lui mi ha visto e si è prodigato in gesti imbarazzati per spiegarmi che era solo un caso, e io, pur sapendolo, non ho potuto resistere a prenderlo in giro!
Il ragazzo che si occupa dei piatti da lavare fa anche preparazione del pesce, della pasta, delle verdure... E tante volte vorrei poterlo aiutare perché credo che sia quello più affaticato e oberato di cose da fare.
A volte ne ha talmente tante da fare da non riuscire a mettersi in pari con le stoviglie da pulire. Ma come ogni giapponese è stoico nel suo lavoro e non si piega con niente!
E poi c'è lo chef, che quando mi parla m'incanta per i suoi modi gentili; l'ho scoperto interessato a tutti i ragazzi che lavorano con lui, e li tratta tutti con cura, anche quando spiega loro cose riguardo la cucina non lo fa mai con autorità, ma sempre con dedizione.
Qualche giorno fa l'ho guardato impastare la pastafrolla, usava una cura e un'attenzione tale che sembrava essere l'ultima pastafrolla della sua vita. Mai visto nessuno amare così tanto la preparazione della cucina. Guardarlo cucinare mi ha fatto per la prima volta vergognare di essere così impedita ai fornelli.
E' assolutamente serio sul lavoro, ma mi piace tantissimo quando lo faccio ridere con qualcuna delle mie stupidaggini, quando riesco a sfondare il muro della giapponesità!
Poi vabbhè, con uno sguardo mi manda a stendere e ciao.
Mamma mia che fatica!!!! Questo Giappone pieno di prove da jedy. :)
Questa è la famiglia che ho trovato. E che in questi giorni in cui ho avuto la febbre mi è mancata più di ogni cosa.
Chi l'avrebbe mai detto che per una volta aver la febbre e non andare a lavorare mi sarebbe pesato??
Domani tornerò operativa e vorrei entrare e abbracciarli, ma so che non lo farò, per quel modo rispettoso/distaccato che si usa qui, del non toccarsi, del non invadere gli spazi altrui.
Certo che se gli abbracci cominceranno a mancarmi come l'estate scorsa... forse per il mio benessere psicofisico dovrò cominciare ad educarli a questo gesto così semplice e liberatorio! Almeno con me!
Un concerto, a Tokyo
15 gennaio 2014
Premessa: Ok adoro i Blur. Non è una fissa da adolescente con gli adesivi nella smemo e feticci vari, ma un amore iniziato tardi, portato avanti con empatia come ogni pseudo pazza/sentimentalona che si rispetti. Dopo il concerto reunion di Hyde Park del 2009, dove l'emozione dal palco era tangibile volevo assolutamente rivederli suonare.Lo scorso anno comprai con larghiiiissimo anticipo il biglietto del concerto di agosto a Milano e alla fine dovetti cederlo perché a luglio ero di nuovo qui in Giappone.Ora, due sere fa scopro per caso che i Blur chiudono il tour qui a Tokyo, ultima data ieri sera, e per un attimo non ci credo! Cerco la location e info sui biglietti. Quelli che costano meno sono 9500 yen, una settantina di euro. Non si scherza niente qui. Ci penso un attimo perché sarà dura pagarsi l'affitto questo mese, guardo con amore materno i primi spicci guadagnati poi mi dico che ancora non mi sono concessa nemmeno una serata, una cena, un'uscita, nemmeno a capodanno, e sì, mi convinco che un concerto dopotutto me lo merito!! Insomma, voglio dire... i Blur! Dai! A Tokyo! Son tutta sola, nessuna vita sociale... dai! Dev'essere il destino!Sono velocissima a convincermi.
Arrivo al posto, il Budokan, l' arena al centro della città. I giapponesi tutti ordinati: si deve fare la coda per entrare, non si deve superare la corda e stare in mezzo alla strada, nessuna lattina per terra (ma nemmeno un bidone se per questo!), la coda al merchandise, la coda per comprare da bere, e una marea di addetti col mini megafono che impartiscono istruzioni e avvertimenti in modo educato e anche un po' mono-tono.Dopo aver finalmente trovato la coda per la biglietteria (e distinguerla dalle altre code non è semplice) comincia ad assalirmi il dubbio che non accettino la carta di credito, vedo tutti coi contanti in mano ed io non ho abbastanza cash, sta a vedere che non entro.C'è l'addetto smistamento fila che chiede a turno, e preventivamente, quanti biglietti si desiderano per comunicarlo di volta in volta alla signorina allo sportello con un gesto esperto, prima di far procedere il cliente, dopo di che stoppa con grande discrezione la persona che segue finché la signorina addetta ai biglietti non conclude la precedente operazione... Ogni cosa qui funziona come un meccanismo, e anche le code, mi pare di capire, hanno una precisione che non ha eguali, niente spinte, niente impazienza, nessun piedino che esce dalla linea.
Insomma, l'addetto smistatore sta per farmi avanzare e gli chiedo se posso pagare con carta di credito (in cuor mio mi dico che Tokyo è la città più grande del mondo, una macchina da guerra, devono poter farmi pagare, sicuro.) ma lui mi dice di no ed è già lì che placca il cliente successivo.
Colta più o meno alla sprovvista, più per la velocità dell'esecuzione che dell'avermi fatta fuori veramente, mi sposto di un passo e vedo che nel frattempo, più dietro, l'addetto alla conta delle persone in coda (con tanto di conta persone in mano), aveva già chiuso la linea mentre ero in fila causa fine biglietti, quindi concludo che il mio, di biglietto, è ancora lì, invenduto, allo sportello! Chiaro. E' lì fermo. Congelato. Mi aspetta nelle mani della signorina addetta allo scambio soldi/ticket. Io sono qui. Se rimedio i contanti sarà finalmente mio! Vado dall'addetto capo supremo, quello che controlla cassa, pagamenti, contapersone e smistatore, e gli chiedo se, tornando subito coi soldi presi a un atm, posso ritirare il mio biglietto che, 10 cm più indietro e meno di 30 secondi prima, mi aspettava allo sportello, dopotutto la vendita è chiusa e lui è ancora lì fermo che mi aspetta!... E, si dice il caso!, io sono ancora qui!! La risposta è stata un tipo di risata un po' posticcia, non ben distinguibile fra una risata di derisione o una risata di circostanza forse perché non capiva cosa gli chiedevo. Diciamo che quella risata accompagnata dalla X fatta con le braccia (che da noi è un "per me è un sì!!", mentre qui, alla giapponese, è un indiscutibile "NO, anzi, se puoi vai via che non ho altro da dirti") mi ha tolto ogni dubbio. Ho incassato con non poco fastidio, principalmente perché non c'è margine di dialogo, o sì o no, e poi ovviamente perché a quel punto ero totalmente nel mood "devo entrare" e dovevo trovare una soluzione! Ma quale?? Penso di giocarmi l'ultima carta: magari i bagarini giapponesi che ho visto lungo la strada non sono dei truffaldini, magari in mezzo c'è anche solo qualche ragazzo che vuol vendere un biglietto perché ne ha in più e riesco a pagarlo coi contanti che ho!Percorro al contrario la strada dal Budokan, rompendo la processione ordinata di gente che va verso l'ingresso. A ben guardare sono proprio l'unica che se ne va... :( mi faccio quasi pena da sola.Becco il tipo che sul piccolo ponte che avvicina la gente borbottando frasi che solo dal tono e dal volume suonano losche, gli chiedo quanto costano i suoi biglietti e mi sento come una tossica che sta cercando l'ultima dose, blatera qualcosa che non capisco, poi credo d'intuire che stia descrivendo l'area dove sono i posti, niente da fare, vuole darmi posti esclusivi e chissà cos'altro, magari qualcuno che mi sventola durante il concerto o mi va a prendere da bere champagne quando ho sete. Gli dico che fa lo stesso, a quel punto sono più rassegnata che mai. Mi consolo pensando a una cena: mi dico che se non il concerto, almeno mi merito un bel pasto, un buon sushi magari... Sì, sono anche molto veloce a consolarmi in effetti.Sono quasi alle scale che portano alla metro, mentre ancora borbottante imprecazioni (tanto non mi capisce nessuno) cerco di capire come districarmi fra la gente che esce per andare al concerto ed io che devo entrare per raggiungere i binari, quando mi sento battere su una spalla, e una ragazza, tutta imbacuccata in sciarpa e cappello (ma io sto messa molto peggio), mi chiede se voglio un biglietto mentre furtivamente si guarda alle spalle. L'ho squadrata in modo un po' sospetto, se non altro perché le stava alle costole sto ceffo che non smetteva di guardarla, e vedevo lei strana, che lo guardava a sua volta, a metà fra lo spaventato (della serie: questo mi picchia) e il sottomesso (della serie: questo è il mio capo/boss/pappa e devo fare attenzione), e le dico sì, sto cercando un biglietto, ma non ho molti soldi con me se vuoi venderlo.Mentre lei continua a guardarsi attorno come se fosse una preda indifesa circondata un branco di iene rabbiose, io mi figuro tutti i possibili scenari: da lei che è schiava del ceffo alle sue spalle, lavora per lui e la notte dorme incatenata in un ripostiglio, a lui che è un ladro o un maniaco e la sta seguendo da ore, fino a lei che è coinvolta in un traffico di organi o persone e presto o tardi (se accetto il biglietto) i miei amici e i miei parenti non avranno più notizie di me. Mi cerca di portar lontano dal ceffo, che comunque non si distanzia mai più di un paio di metri, e non capisco: lei vuole regalarmi un biglietto.Dico, non è vero: questa mi trascina nelle fratte e poi arriva il ceffo e mi fanno a pezzi. Il primo pensiero va a come son conciata, chissà i giornali cosa diranno quando ritroveranno il cadavere con su strati e strati di vestiti, calze, maglie, otto sciarpe, non ho nemmeno il reggiseno abbinato alle mutande (ma c'è qualcuno che è sempre impeccabile?!) e son piena di borse con robe personali e ciaffi.Mi dice che dobbiamo spostarci perché il tipo che ci fissa è uno losco (eh grazie), che non va bene star lì a parlare con lui nei paraggi, perché lui vorrebbe che lo comprassi da lui il biglietto (è chiaro che anche lei vede i fantasmi...)Sorvolo sulla loscaggine dell'uomo eseguendo una serie di versi di stupore che qui sono un po' la norma, e la seguo nelle sue paure, tanto per non dilungarmi in domande e spiegazioni, e le dico ok, può andar bene, lo prendo il suo biglietto, ma lo pago. Lei mi spiega in inglese che non vuole soldi, che la sua amica non può venire; insisto, mi sembra una roba così assurda, e così poco gentile non darle nulla, ma lei continua a dire che va bene così invitandomi a seguirla.Da italiana sfiduciata e abituata alle fregature non posso credere che sia vero, ma insomma, alla peggio domani sarò sui giornali, probabilmente trovata schiattata incatenata in uno scantinato a Shinjuku, senza un rene e con le mie robe spatasciate lì nel parco per tutte le fratte.La seguo e c'incolonniamo con chi va verso il concerto, e mi racconta che Graham Coxon questa mattina è stato nel café dove lei lavora e le ha regalato due biglietti per la serata, mi fa vedere la foto che ha fatto con lui, lei con la divisa del cafè, lui accanto a lei tutto sorridente, e visto che la sua amica non c'è, vorrebbe dare quel biglietto a una vera fan. "La vera fan" sarei io! Quasi mi sento importante!E mi mette il biglietto in mano.E io ho avuto un attimo che è successa sta roba, tipo Jake dei BB che vede la luce, in cui tutto è tornato al suo posto, ma incredibilmente meglio di come era prima e quasi non riuscivo a trattenermi dal ridere, più per incredulità che altro: la mia mente bacata da occidentale ha pensato alle peggio cose piuttosto che a un semplicissimo (anche se non scontato) gesto di gentilezza.
Questa cosa di vedere il marcio o i trappoloni un po' dovunque, di pensare che dietro c'è sempre la fregatura, ci ha rovinato la vita. Vediamo tutto con un filtro scuro e difficilmente concediamo, a nostra volta, gentilezze ad altri. Siamo più preoccupati di perderci qualcosa o di non guadagnare niente che non ci godiamo le cose pulite e "normali" (per il vero significato che le cose dovrebbero avere, senza sotterfugi).Non si è gentili per paura di perdere dei soldi, si pensa che donando 1 ti chiederanno 100; si ha paura di essere superati sul lavoro se si agevola qualcuno; di vedersi soffiare il compagno, gli amici, se gli si permette di socializzare; di vedersi soffiare un'idea se la si condivide con altri... Che vita d'inferno!La verità è che mi ha persino commossa quando ho capito che davvero voleva regalare quel biglietto a me solo perché aveva pensato di fare una cosa gradita, ero meravigliata, come quando vedi una cosa per la prima volta! Ho cercato di non passare per pazza e l'ho ringraziata all'infinito, promettendole che sarei passata a trovarla al café, o che le avrei offerto un prossimo concerto. Rideva e diceva di no, che bastava che restituissi la gentilezza a qualcun'altro.Lo faró, ma sicuramente le porterò anche un regalino al café uno di questi giorni.Ci siamo scambiate i numeri e spero di rivederla e andare a sentire ancora un po' di musica insieme. :)La rigidità di questo popolo certe volte è completamente stravolta dalla disponibilità, la gentilezza e la purezza delle intenzioni.Non c'è dubbio che da questa esperienza ne usciró arricchita, se non di soldi (la vedo dura!!), di innumerevoli insegnamenti positivi e di belle vibrazioni!
ps
Il concerto non è stato dei migliori, forse la band un po' stanca, forse l'audience non esattamente coinvolgente: strana cosa il pubblico giapponese, a suo modo fantastico e rispettoso, sicuramente insolito per noi occidentali il loro modo di partecipare, molto composto e attento.Il meglio senza dubbio Coxon, la sua chitarra e i suoi sfoghi distorti. E grazie del biglietto :)

Arrivo al posto, il Budokan, l' arena al centro della città. I giapponesi tutti ordinati: si deve fare la coda per entrare, non si deve superare la corda e stare in mezzo alla strada, nessuna lattina per terra (ma nemmeno un bidone se per questo!), la coda al merchandise, la coda per comprare da bere, e una marea di addetti col mini megafono che impartiscono istruzioni e avvertimenti in modo educato e anche un po' mono-tono.Dopo aver finalmente trovato la coda per la biglietteria (e distinguerla dalle altre code non è semplice) comincia ad assalirmi il dubbio che non accettino la carta di credito, vedo tutti coi contanti in mano ed io non ho abbastanza cash, sta a vedere che non entro.C'è l'addetto smistamento fila che chiede a turno, e preventivamente, quanti biglietti si desiderano per comunicarlo di volta in volta alla signorina allo sportello con un gesto esperto, prima di far procedere il cliente, dopo di che stoppa con grande discrezione la persona che segue finché la signorina addetta ai biglietti non conclude la precedente operazione... Ogni cosa qui funziona come un meccanismo, e anche le code, mi pare di capire, hanno una precisione che non ha eguali, niente spinte, niente impazienza, nessun piedino che esce dalla linea.
Insomma, l'addetto smistatore sta per farmi avanzare e gli chiedo se posso pagare con carta di credito (in cuor mio mi dico che Tokyo è la città più grande del mondo, una macchina da guerra, devono poter farmi pagare, sicuro.) ma lui mi dice di no ed è già lì che placca il cliente successivo.
Colta più o meno alla sprovvista, più per la velocità dell'esecuzione che dell'avermi fatta fuori veramente, mi sposto di un passo e vedo che nel frattempo, più dietro, l'addetto alla conta delle persone in coda (con tanto di conta persone in mano), aveva già chiuso la linea mentre ero in fila causa fine biglietti, quindi concludo che il mio, di biglietto, è ancora lì, invenduto, allo sportello! Chiaro. E' lì fermo. Congelato. Mi aspetta nelle mani della signorina addetta allo scambio soldi/ticket. Io sono qui. Se rimedio i contanti sarà finalmente mio! Vado dall'addetto capo supremo, quello che controlla cassa, pagamenti, contapersone e smistatore, e gli chiedo se, tornando subito coi soldi presi a un atm, posso ritirare il mio biglietto che, 10 cm più indietro e meno di 30 secondi prima, mi aspettava allo sportello, dopotutto la vendita è chiusa e lui è ancora lì fermo che mi aspetta!... E, si dice il caso!, io sono ancora qui!! La risposta è stata un tipo di risata un po' posticcia, non ben distinguibile fra una risata di derisione o una risata di circostanza forse perché non capiva cosa gli chiedevo. Diciamo che quella risata accompagnata dalla X fatta con le braccia (che da noi è un "per me è un sì!!", mentre qui, alla giapponese, è un indiscutibile "NO, anzi, se puoi vai via che non ho altro da dirti") mi ha tolto ogni dubbio. Ho incassato con non poco fastidio, principalmente perché non c'è margine di dialogo, o sì o no, e poi ovviamente perché a quel punto ero totalmente nel mood "devo entrare" e dovevo trovare una soluzione! Ma quale?? Penso di giocarmi l'ultima carta: magari i bagarini giapponesi che ho visto lungo la strada non sono dei truffaldini, magari in mezzo c'è anche solo qualche ragazzo che vuol vendere un biglietto perché ne ha in più e riesco a pagarlo coi contanti che ho!Percorro al contrario la strada dal Budokan, rompendo la processione ordinata di gente che va verso l'ingresso. A ben guardare sono proprio l'unica che se ne va... :( mi faccio quasi pena da sola.Becco il tipo che sul piccolo ponte che avvicina la gente borbottando frasi che solo dal tono e dal volume suonano losche, gli chiedo quanto costano i suoi biglietti e mi sento come una tossica che sta cercando l'ultima dose, blatera qualcosa che non capisco, poi credo d'intuire che stia descrivendo l'area dove sono i posti, niente da fare, vuole darmi posti esclusivi e chissà cos'altro, magari qualcuno che mi sventola durante il concerto o mi va a prendere da bere champagne quando ho sete. Gli dico che fa lo stesso, a quel punto sono più rassegnata che mai. Mi consolo pensando a una cena: mi dico che se non il concerto, almeno mi merito un bel pasto, un buon sushi magari... Sì, sono anche molto veloce a consolarmi in effetti.Sono quasi alle scale che portano alla metro, mentre ancora borbottante imprecazioni (tanto non mi capisce nessuno) cerco di capire come districarmi fra la gente che esce per andare al concerto ed io che devo entrare per raggiungere i binari, quando mi sento battere su una spalla, e una ragazza, tutta imbacuccata in sciarpa e cappello (ma io sto messa molto peggio), mi chiede se voglio un biglietto mentre furtivamente si guarda alle spalle. L'ho squadrata in modo un po' sospetto, se non altro perché le stava alle costole sto ceffo che non smetteva di guardarla, e vedevo lei strana, che lo guardava a sua volta, a metà fra lo spaventato (della serie: questo mi picchia) e il sottomesso (della serie: questo è il mio capo/boss/pappa e devo fare attenzione), e le dico sì, sto cercando un biglietto, ma non ho molti soldi con me se vuoi venderlo.Mentre lei continua a guardarsi attorno come se fosse una preda indifesa circondata un branco di iene rabbiose, io mi figuro tutti i possibili scenari: da lei che è schiava del ceffo alle sue spalle, lavora per lui e la notte dorme incatenata in un ripostiglio, a lui che è un ladro o un maniaco e la sta seguendo da ore, fino a lei che è coinvolta in un traffico di organi o persone e presto o tardi (se accetto il biglietto) i miei amici e i miei parenti non avranno più notizie di me. Mi cerca di portar lontano dal ceffo, che comunque non si distanzia mai più di un paio di metri, e non capisco: lei vuole regalarmi un biglietto.Dico, non è vero: questa mi trascina nelle fratte e poi arriva il ceffo e mi fanno a pezzi. Il primo pensiero va a come son conciata, chissà i giornali cosa diranno quando ritroveranno il cadavere con su strati e strati di vestiti, calze, maglie, otto sciarpe, non ho nemmeno il reggiseno abbinato alle mutande (ma c'è qualcuno che è sempre impeccabile?!) e son piena di borse con robe personali e ciaffi.Mi dice che dobbiamo spostarci perché il tipo che ci fissa è uno losco (eh grazie), che non va bene star lì a parlare con lui nei paraggi, perché lui vorrebbe che lo comprassi da lui il biglietto (è chiaro che anche lei vede i fantasmi...)Sorvolo sulla loscaggine dell'uomo eseguendo una serie di versi di stupore che qui sono un po' la norma, e la seguo nelle sue paure, tanto per non dilungarmi in domande e spiegazioni, e le dico ok, può andar bene, lo prendo il suo biglietto, ma lo pago. Lei mi spiega in inglese che non vuole soldi, che la sua amica non può venire; insisto, mi sembra una roba così assurda, e così poco gentile non darle nulla, ma lei continua a dire che va bene così invitandomi a seguirla.Da italiana sfiduciata e abituata alle fregature non posso credere che sia vero, ma insomma, alla peggio domani sarò sui giornali, probabilmente trovata schiattata incatenata in uno scantinato a Shinjuku, senza un rene e con le mie robe spatasciate lì nel parco per tutte le fratte.La seguo e c'incolonniamo con chi va verso il concerto, e mi racconta che Graham Coxon questa mattina è stato nel café dove lei lavora e le ha regalato due biglietti per la serata, mi fa vedere la foto che ha fatto con lui, lei con la divisa del cafè, lui accanto a lei tutto sorridente, e visto che la sua amica non c'è, vorrebbe dare quel biglietto a una vera fan. "La vera fan" sarei io! Quasi mi sento importante!E mi mette il biglietto in mano.E io ho avuto un attimo che è successa sta roba, tipo Jake dei BB che vede la luce, in cui tutto è tornato al suo posto, ma incredibilmente meglio di come era prima e quasi non riuscivo a trattenermi dal ridere, più per incredulità che altro: la mia mente bacata da occidentale ha pensato alle peggio cose piuttosto che a un semplicissimo (anche se non scontato) gesto di gentilezza.
Questa cosa di vedere il marcio o i trappoloni un po' dovunque, di pensare che dietro c'è sempre la fregatura, ci ha rovinato la vita. Vediamo tutto con un filtro scuro e difficilmente concediamo, a nostra volta, gentilezze ad altri. Siamo più preoccupati di perderci qualcosa o di non guadagnare niente che non ci godiamo le cose pulite e "normali" (per il vero significato che le cose dovrebbero avere, senza sotterfugi).Non si è gentili per paura di perdere dei soldi, si pensa che donando 1 ti chiederanno 100; si ha paura di essere superati sul lavoro se si agevola qualcuno; di vedersi soffiare il compagno, gli amici, se gli si permette di socializzare; di vedersi soffiare un'idea se la si condivide con altri... Che vita d'inferno!La verità è che mi ha persino commossa quando ho capito che davvero voleva regalare quel biglietto a me solo perché aveva pensato di fare una cosa gradita, ero meravigliata, come quando vedi una cosa per la prima volta! Ho cercato di non passare per pazza e l'ho ringraziata all'infinito, promettendole che sarei passata a trovarla al café, o che le avrei offerto un prossimo concerto. Rideva e diceva di no, che bastava che restituissi la gentilezza a qualcun'altro.Lo faró, ma sicuramente le porterò anche un regalino al café uno di questi giorni.Ci siamo scambiate i numeri e spero di rivederla e andare a sentire ancora un po' di musica insieme. :)La rigidità di questo popolo certe volte è completamente stravolta dalla disponibilità, la gentilezza e la purezza delle intenzioni.Non c'è dubbio che da questa esperienza ne usciró arricchita, se non di soldi (la vedo dura!!), di innumerevoli insegnamenti positivi e di belle vibrazioni!
ps
Il concerto non è stato dei migliori, forse la band un po' stanca, forse l'audience non esattamente coinvolgente: strana cosa il pubblico giapponese, a suo modo fantastico e rispettoso, sicuramente insolito per noi occidentali il loro modo di partecipare, molto composto e attento.Il meglio senza dubbio Coxon, la sua chitarra e i suoi sfoghi distorti. E grazie del biglietto :)

Blur at Budokan, Tokyo, 2014
Istruzioni per creare scompiglio in un ufficio giapponese
6 gennaio 2014
All'ufficio del comune di Shinagawa, nella zona dove gli stranieri registrano la residenza non c'è nessuno che parla inglese, questa cosa ha dell'incredibile. Non so come sia possibile, ma fra la loro infinita pazienza e tu che sei lì come in un sogno circondato da moduli e cartelli che non capisci, qualcosa ne viene fuori.
Sono entrata come fossi una palla in un flipper, mi son detta "mi farò guidare e trascinare dai loro gesti, ci capiremo". Al banco informazioni cerco di far capire cosa sono venuta a fare a un signore vestito di tutto punto che mi risponde con una lunga frase di cui capisco solo ichiban (primo), poi seguo il suo braccio che si è allungato a darmi una direzione.
Mi ritrovo in una sala che precede i vari impiegati, davanti a tavoli pieni di moduli tutti interamente in giapponese, persino quelli che presentano la targhetta "foreign residents' registration" con quell'apostrofo messo a caso. Grazie penso, ne prendo uno, lo guardo lo giro, riconosco qualche kanji, storie di date (quali??), di nomi...
Non mi faccio prendere dal panico e mi lascio rotolare fino al signore addetto ai numeri (sì perché alla faccia della crisi e dei tagli di dipendenti, qui c'è uno che come lavoro dice ad alta voce i numeri che escono, come una tombola, e indica alle persone a che sportello dirigersi, anche se ce l'hanno davanti al naso e senza dimenticare mai un mezzo inchino. Mi dà un numero e mi dice di sedermi, poi quando mi chiamano e mi alzo per andare dall'impiegata che mi sta aspettando ci manca poco che non mi sposti anche la sedia.
La ragazza davanti a me avrà sui 30 anni, non parla una parola d'inglese, penso "mmm mmm! ottima scelta per uno sportello per stranieri!" Ma nonostante questo ancora una volta ci si capisce, lei con tutti i suoi "etoooo.... Eeeehm... Kore wa.....etooooo" e io comprendendo una parola ogni 100, il più delle volte particelle grammaticali come i nostri di a da in con su per tra fra.
Bon sembra fatta! Poi dopo avermi riempita di opuscoli sul comune, su come gestire le emergenze, su cosa fare in caso di terremoto (tutto ovviamente in giapponese), la vedo vacillare. Azz! La vedo che con quelle manine non sa bene cosa fare e mi dice d'aspettare, parte il panico, più suo che mio, essendo che mi son messa completamente nelle sue mani. Allarme: la vedo andarsene a prendere un librone e tornare tutta confusa. Capisco il dilemma: la zona dove abito è sul confine con un altro comune e lei non sa come inquadrarmi; guardiamo insieme su questa mappa in cui ogni casa ha un nome, e localizziamo la mia microcasa gelida. Vista da lì è davvero minuscola!
Lei non sa che pesci prendere e mi dice d'aspettare mentre col librone in mano parte alla ricerca di qualcuno che la illumini. La seguo vagare come una sonnambula fra le scrivanie dei colleghi senza avere il coraggio di sporgersi verso nessuno, con quella camminata a piccoli passi e un sorriso imbarazzato, finché non coinvolge un giovane impiegato in quella che secondo me sarà la sua vergogna della giornata (e sulla quale stasera farà lunghe penitenze).
Tornano insieme da me: "La casa è questa? È proprio questa èèè...? Uhmmmm... Il nome è diverso, il proprietario non ha cambiato il nome... Come facciamo come non facciamo" alla fine il giovanotto sbarbato ha tirato una riga sul nome che avevamo usato e arrivederci e grazie. :D italian style.
Mi dice che per l'assicurazione sanitaria devo andare al quarto piano, che è solo un piano sopra a dove siamo anche se dove siamo è il piano terra, ma si vede che il giorno che hanno messo i numeri ai piani gli girava di chiamarlo terzo piano, quindi, tant'è.
Salgo una rampa di scale e sono quindi al quarto piano che in realtà è il primo, e di nuovo decido di ruzzolare come la palla nel flipper perché non vedo nessuna indicazione che non sia in kanji.
C'è sta signorotta tutta minuta e vestita di grigio e khahi che la vedo bramosa di aiutare chiunque, sembra la zia che tutti abbiamo in campagna, pronta ad accoglierti con ciambella appena sfornata, così l'avvicino e le mostro il foglio per la richiesta di assicurazione che mi avevano dato al terzo piano, il piano terra. La poveretta si ritrova in mano forse l'unico modulo scritto in inglese di tutto l'edificio, e ancora una volta scateno la ricerca di qualcuno che capisca.
Poi mi raggiunge, con il suo fare materno mi mette in mano un numero e m'invita a sedermi di fianco a una vecchia signora che spara puzzette tossiche come una mitraglietta.
È il mio turno e l'impiegato di cent'anni (evidentemente molto più intelligente degli altri tanto da non provarci nemmeno a comunicare con me) chiama un ragazzetto coi capelli da pulcino e nemmeno l'ombra di un baffo che però sa un po' l'inglese, e tutto si conclude piuttosto facilmente, tranne per il fatto che alla fine mi spiega qualcosa su un rimborso (mio o loro non mi è chiaro) per il quale dovrò tornare a febbraio. Ho provato a farmi spiegare cosa dovrò dire quando tornerò ma il ragazzetto si era inchiodato come una macchina rotta su quella frase che non capivo, così ho finto che era chiarissimo, cristallino, ho ringraziato con una sequela d'inchini e me ne sono andata sapendo che a febbraio sarò di nuovo una palla nel flipper.
Sono entrata come fossi una palla in un flipper, mi son detta "mi farò guidare e trascinare dai loro gesti, ci capiremo". Al banco informazioni cerco di far capire cosa sono venuta a fare a un signore vestito di tutto punto che mi risponde con una lunga frase di cui capisco solo ichiban (primo), poi seguo il suo braccio che si è allungato a darmi una direzione.
Mi ritrovo in una sala che precede i vari impiegati, davanti a tavoli pieni di moduli tutti interamente in giapponese, persino quelli che presentano la targhetta "foreign residents' registration" con quell'apostrofo messo a caso. Grazie penso, ne prendo uno, lo guardo lo giro, riconosco qualche kanji, storie di date (quali??), di nomi...
Non mi faccio prendere dal panico e mi lascio rotolare fino al signore addetto ai numeri (sì perché alla faccia della crisi e dei tagli di dipendenti, qui c'è uno che come lavoro dice ad alta voce i numeri che escono, come una tombola, e indica alle persone a che sportello dirigersi, anche se ce l'hanno davanti al naso e senza dimenticare mai un mezzo inchino. Mi dà un numero e mi dice di sedermi, poi quando mi chiamano e mi alzo per andare dall'impiegata che mi sta aspettando ci manca poco che non mi sposti anche la sedia.
La ragazza davanti a me avrà sui 30 anni, non parla una parola d'inglese, penso "mmm mmm! ottima scelta per uno sportello per stranieri!" Ma nonostante questo ancora una volta ci si capisce, lei con tutti i suoi "etoooo.... Eeeehm... Kore wa.....etooooo" e io comprendendo una parola ogni 100, il più delle volte particelle grammaticali come i nostri di a da in con su per tra fra.
Bon sembra fatta! Poi dopo avermi riempita di opuscoli sul comune, su come gestire le emergenze, su cosa fare in caso di terremoto (tutto ovviamente in giapponese), la vedo vacillare. Azz! La vedo che con quelle manine non sa bene cosa fare e mi dice d'aspettare, parte il panico, più suo che mio, essendo che mi son messa completamente nelle sue mani. Allarme: la vedo andarsene a prendere un librone e tornare tutta confusa. Capisco il dilemma: la zona dove abito è sul confine con un altro comune e lei non sa come inquadrarmi; guardiamo insieme su questa mappa in cui ogni casa ha un nome, e localizziamo la mia microcasa gelida. Vista da lì è davvero minuscola!
Lei non sa che pesci prendere e mi dice d'aspettare mentre col librone in mano parte alla ricerca di qualcuno che la illumini. La seguo vagare come una sonnambula fra le scrivanie dei colleghi senza avere il coraggio di sporgersi verso nessuno, con quella camminata a piccoli passi e un sorriso imbarazzato, finché non coinvolge un giovane impiegato in quella che secondo me sarà la sua vergogna della giornata (e sulla quale stasera farà lunghe penitenze).
Tornano insieme da me: "La casa è questa? È proprio questa èèè...? Uhmmmm... Il nome è diverso, il proprietario non ha cambiato il nome... Come facciamo come non facciamo" alla fine il giovanotto sbarbato ha tirato una riga sul nome che avevamo usato e arrivederci e grazie. :D italian style.
Mi dice che per l'assicurazione sanitaria devo andare al quarto piano, che è solo un piano sopra a dove siamo anche se dove siamo è il piano terra, ma si vede che il giorno che hanno messo i numeri ai piani gli girava di chiamarlo terzo piano, quindi, tant'è.
Salgo una rampa di scale e sono quindi al quarto piano che in realtà è il primo, e di nuovo decido di ruzzolare come la palla nel flipper perché non vedo nessuna indicazione che non sia in kanji.
C'è sta signorotta tutta minuta e vestita di grigio e khahi che la vedo bramosa di aiutare chiunque, sembra la zia che tutti abbiamo in campagna, pronta ad accoglierti con ciambella appena sfornata, così l'avvicino e le mostro il foglio per la richiesta di assicurazione che mi avevano dato al terzo piano, il piano terra. La poveretta si ritrova in mano forse l'unico modulo scritto in inglese di tutto l'edificio, e ancora una volta scateno la ricerca di qualcuno che capisca.
Poi mi raggiunge, con il suo fare materno mi mette in mano un numero e m'invita a sedermi di fianco a una vecchia signora che spara puzzette tossiche come una mitraglietta.
È il mio turno e l'impiegato di cent'anni (evidentemente molto più intelligente degli altri tanto da non provarci nemmeno a comunicare con me) chiama un ragazzetto coi capelli da pulcino e nemmeno l'ombra di un baffo che però sa un po' l'inglese, e tutto si conclude piuttosto facilmente, tranne per il fatto che alla fine mi spiega qualcosa su un rimborso (mio o loro non mi è chiaro) per il quale dovrò tornare a febbraio. Ho provato a farmi spiegare cosa dovrò dire quando tornerò ma il ragazzetto si era inchiodato come una macchina rotta su quella frase che non capivo, così ho finto che era chiarissimo, cristallino, ho ringraziato con una sequela d'inchini e me ne sono andata sapendo che a febbraio sarò di nuovo una palla nel flipper.
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