6 gennaio 2014
All'ufficio del comune di Shinagawa, nella zona dove gli stranieri registrano la residenza non c'è nessuno che parla inglese, questa cosa ha dell'incredibile. Non so come sia possibile, ma fra la loro infinita pazienza e tu che sei lì come in un sogno circondato da moduli e cartelli che non capisci, qualcosa ne viene fuori.
Sono entrata come fossi una palla in un flipper, mi son detta "mi farò guidare e trascinare dai loro gesti, ci capiremo". Al banco informazioni cerco di far capire cosa sono venuta a fare a un signore vestito di tutto punto che mi risponde con una lunga frase di cui capisco solo ichiban (primo), poi seguo il suo braccio che si è allungato a darmi una direzione.
Mi ritrovo in una sala che precede i vari impiegati, davanti a tavoli pieni di moduli tutti interamente in giapponese, persino quelli che presentano la targhetta "foreign residents' registration" con quell'apostrofo messo a caso. Grazie penso, ne prendo uno, lo guardo lo giro, riconosco qualche kanji, storie di date (quali??), di nomi...
Non mi faccio prendere dal panico e mi lascio rotolare fino al signore addetto ai numeri (sì perché alla faccia della crisi e dei tagli di dipendenti, qui c'è uno che come lavoro dice ad alta voce i numeri che escono, come una tombola, e indica alle persone a che sportello dirigersi, anche se ce l'hanno davanti al naso e senza dimenticare mai un mezzo inchino. Mi dà un numero e mi dice di sedermi, poi quando mi chiamano e mi alzo per andare dall'impiegata che mi sta aspettando ci manca poco che non mi sposti anche la sedia.
La ragazza davanti a me avrà sui 30 anni, non parla una parola d'inglese, penso "mmm mmm! ottima scelta per uno sportello per stranieri!" Ma nonostante questo ancora una volta ci si capisce, lei con tutti i suoi "etoooo.... Eeeehm... Kore wa.....etooooo" e io comprendendo una parola ogni 100, il più delle volte particelle grammaticali come i nostri di a da in con su per tra fra.
Bon sembra fatta! Poi dopo avermi riempita di opuscoli sul comune, su come gestire le emergenze, su cosa fare in caso di terremoto (tutto ovviamente in giapponese), la vedo vacillare. Azz! La vedo che con quelle manine non sa bene cosa fare e mi dice d'aspettare, parte il panico, più suo che mio, essendo che mi son messa completamente nelle sue mani. Allarme: la vedo andarsene a prendere un librone e tornare tutta confusa. Capisco il dilemma: la zona dove abito è sul confine con un altro comune e lei non sa come inquadrarmi; guardiamo insieme su questa mappa in cui ogni casa ha un nome, e localizziamo la mia microcasa gelida. Vista da lì è davvero minuscola!
Lei non sa che pesci prendere e mi dice d'aspettare mentre col librone in mano parte alla ricerca di qualcuno che la illumini. La seguo vagare come una sonnambula fra le scrivanie dei colleghi senza avere il coraggio di sporgersi verso nessuno, con quella camminata a piccoli passi e un sorriso imbarazzato, finché non coinvolge un giovane impiegato in quella che secondo me sarà la sua vergogna della giornata (e sulla quale stasera farà lunghe penitenze).
Tornano insieme da me: "La casa è questa? È proprio questa èèè...? Uhmmmm... Il nome è diverso, il proprietario non ha cambiato il nome... Come facciamo come non facciamo" alla fine il giovanotto sbarbato ha tirato una riga sul nome che avevamo usato e arrivederci e grazie. :D italian style.
Mi dice che per l'assicurazione sanitaria devo andare al quarto piano, che è solo un piano sopra a dove siamo anche se dove siamo è il piano terra, ma si vede che il giorno che hanno messo i numeri ai piani gli girava di chiamarlo terzo piano, quindi, tant'è.
Salgo una rampa di scale e sono quindi al quarto piano che in realtà è il primo, e di nuovo decido di ruzzolare come la palla nel flipper perché non vedo nessuna indicazione che non sia in kanji.
C'è sta signorotta tutta minuta e vestita di grigio e khahi che la vedo bramosa di aiutare chiunque, sembra la zia che tutti abbiamo in campagna, pronta ad accoglierti con ciambella appena sfornata, così l'avvicino e le mostro il foglio per la richiesta di assicurazione che mi avevano dato al terzo piano, il piano terra. La poveretta si ritrova in mano forse l'unico modulo scritto in inglese di tutto l'edificio, e ancora una volta scateno la ricerca di qualcuno che capisca.
Poi mi raggiunge, con il suo fare materno mi mette in mano un numero e m'invita a sedermi di fianco a una vecchia signora che spara puzzette tossiche come una mitraglietta.
È il mio turno e l'impiegato di cent'anni (evidentemente molto più intelligente degli altri tanto da non provarci nemmeno a comunicare con me) chiama un ragazzetto coi capelli da pulcino e nemmeno l'ombra di un baffo che però sa un po' l'inglese, e tutto si conclude piuttosto facilmente, tranne per il fatto che alla fine mi spiega qualcosa su un rimborso (mio o loro non mi è chiaro) per il quale dovrò tornare a febbraio. Ho provato a farmi spiegare cosa dovrò dire quando tornerò ma il ragazzetto si era inchiodato come una macchina rotta su quella frase che non capivo, così ho finto che era chiarissimo, cristallino, ho ringraziato con una sequela d'inchini e me ne sono andata sapendo che a febbraio sarò di nuovo una palla nel flipper.
Sono entrata come fossi una palla in un flipper, mi son detta "mi farò guidare e trascinare dai loro gesti, ci capiremo". Al banco informazioni cerco di far capire cosa sono venuta a fare a un signore vestito di tutto punto che mi risponde con una lunga frase di cui capisco solo ichiban (primo), poi seguo il suo braccio che si è allungato a darmi una direzione.
Mi ritrovo in una sala che precede i vari impiegati, davanti a tavoli pieni di moduli tutti interamente in giapponese, persino quelli che presentano la targhetta "foreign residents' registration" con quell'apostrofo messo a caso. Grazie penso, ne prendo uno, lo guardo lo giro, riconosco qualche kanji, storie di date (quali??), di nomi...
Non mi faccio prendere dal panico e mi lascio rotolare fino al signore addetto ai numeri (sì perché alla faccia della crisi e dei tagli di dipendenti, qui c'è uno che come lavoro dice ad alta voce i numeri che escono, come una tombola, e indica alle persone a che sportello dirigersi, anche se ce l'hanno davanti al naso e senza dimenticare mai un mezzo inchino. Mi dà un numero e mi dice di sedermi, poi quando mi chiamano e mi alzo per andare dall'impiegata che mi sta aspettando ci manca poco che non mi sposti anche la sedia.
La ragazza davanti a me avrà sui 30 anni, non parla una parola d'inglese, penso "mmm mmm! ottima scelta per uno sportello per stranieri!" Ma nonostante questo ancora una volta ci si capisce, lei con tutti i suoi "etoooo.... Eeeehm... Kore wa.....etooooo" e io comprendendo una parola ogni 100, il più delle volte particelle grammaticali come i nostri di a da in con su per tra fra.
Bon sembra fatta! Poi dopo avermi riempita di opuscoli sul comune, su come gestire le emergenze, su cosa fare in caso di terremoto (tutto ovviamente in giapponese), la vedo vacillare. Azz! La vedo che con quelle manine non sa bene cosa fare e mi dice d'aspettare, parte il panico, più suo che mio, essendo che mi son messa completamente nelle sue mani. Allarme: la vedo andarsene a prendere un librone e tornare tutta confusa. Capisco il dilemma: la zona dove abito è sul confine con un altro comune e lei non sa come inquadrarmi; guardiamo insieme su questa mappa in cui ogni casa ha un nome, e localizziamo la mia microcasa gelida. Vista da lì è davvero minuscola!
Lei non sa che pesci prendere e mi dice d'aspettare mentre col librone in mano parte alla ricerca di qualcuno che la illumini. La seguo vagare come una sonnambula fra le scrivanie dei colleghi senza avere il coraggio di sporgersi verso nessuno, con quella camminata a piccoli passi e un sorriso imbarazzato, finché non coinvolge un giovane impiegato in quella che secondo me sarà la sua vergogna della giornata (e sulla quale stasera farà lunghe penitenze).
Tornano insieme da me: "La casa è questa? È proprio questa èèè...? Uhmmmm... Il nome è diverso, il proprietario non ha cambiato il nome... Come facciamo come non facciamo" alla fine il giovanotto sbarbato ha tirato una riga sul nome che avevamo usato e arrivederci e grazie. :D italian style.
Mi dice che per l'assicurazione sanitaria devo andare al quarto piano, che è solo un piano sopra a dove siamo anche se dove siamo è il piano terra, ma si vede che il giorno che hanno messo i numeri ai piani gli girava di chiamarlo terzo piano, quindi, tant'è.
Salgo una rampa di scale e sono quindi al quarto piano che in realtà è il primo, e di nuovo decido di ruzzolare come la palla nel flipper perché non vedo nessuna indicazione che non sia in kanji.
C'è sta signorotta tutta minuta e vestita di grigio e khahi che la vedo bramosa di aiutare chiunque, sembra la zia che tutti abbiamo in campagna, pronta ad accoglierti con ciambella appena sfornata, così l'avvicino e le mostro il foglio per la richiesta di assicurazione che mi avevano dato al terzo piano, il piano terra. La poveretta si ritrova in mano forse l'unico modulo scritto in inglese di tutto l'edificio, e ancora una volta scateno la ricerca di qualcuno che capisca.
Poi mi raggiunge, con il suo fare materno mi mette in mano un numero e m'invita a sedermi di fianco a una vecchia signora che spara puzzette tossiche come una mitraglietta.
È il mio turno e l'impiegato di cent'anni (evidentemente molto più intelligente degli altri tanto da non provarci nemmeno a comunicare con me) chiama un ragazzetto coi capelli da pulcino e nemmeno l'ombra di un baffo che però sa un po' l'inglese, e tutto si conclude piuttosto facilmente, tranne per il fatto che alla fine mi spiega qualcosa su un rimborso (mio o loro non mi è chiaro) per il quale dovrò tornare a febbraio. Ho provato a farmi spiegare cosa dovrò dire quando tornerò ma il ragazzetto si era inchiodato come una macchina rotta su quella frase che non capivo, così ho finto che era chiarissimo, cristallino, ho ringraziato con una sequela d'inchini e me ne sono andata sapendo che a febbraio sarò di nuovo una palla nel flipper.
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